Il parallelismo fra la nostra ontogenesi psicologica con la filogenesi culturale della società occidentale si presenta oltremodo singolare. La conflittualità emblematizzata della matriarca Cibele, non esisteva nel periodo del matriarcato monoteista preistorico.
La cronologia dell'avvento della violenza nel regno cultuale e culturale della Grande Dea ci viene presentata in tutta la sua precisa definizione dalla più illustre paleoantropologa del ventesimo secolo, Marija Gimbutas [
77]: “Mentre le culture europee trascorrevano un'esistenza pacifica e raggiungevano una fioritura artistica e architettonica altamente sofisticate nel V millennio a.C., una cultura neolitica assai diversa, in cui si addomesticava il cavallo e si producevano armi letali, emergeva nel bacino del Volga, nella Russia meridionale, e dopo la metà del V millennio, perfino a ovest del Mar Nero. Questa nuova forza, inevitabilmente, cambiò il corso della preistoria europea. Io la chiamo la cultura “Kurgan” (In russo “Kurgan” significa tumulo), poiché i morti venivano sepolti in tumuli circolari che coprivano gli edifici funebri dei personaggi importanti. Le caratteristiche fondamentali della cultura Kurgan, che risalgono al VII e VI millennio a.C. nell'alto e medio bacino del Volga sono il: patriarcato; patrilinearità; agricoltura su scala ridotta e allevamento di animali, compreso l'addomesticamento del cavallo a partire dal VI millennio; posizione preminente del cavallo nel culto; e, di grande rilievo, fabbricazione delle armi quali l'arco e la freccia, la lancia e la daga. Elementi distintivi, tutti che si accordano con quanto è stato ricostruito come fenomeno proto-indoeuropeo dagli studi linguistici e di mitologia comparata e che si oppongono alla cultura gilanica [detta anche della partnership, in cui si realizzi una fattiva collaborazione tra uomini e donne sia nella sfera privata che in quella pubblica, n.d.r.], pacifica, sedentaria dell'antica Europa, caratterizzata da un'agricoltura altamente sviluppata e dalle grandi tradizioni architettoniche, scultoree e ceramiche.
Così i ripetuti tumulti e le incursioni dei Kurgan (che considero proto-indoeuropei) misero fine all'antica cultura europea all'incirca tra il 4300 e il 2800 a.C., trasformandola da gilanica in androcratica e da matrilineare in patrilineare. Le regioni dell'Egeo e del Mediterraneo e l'Europa Occidentale si sottrassero più a lungo al processo; in isole come Thera, Creta, Malta e Sardegna l'antica cultura fiorì dando luogo a una civiltà creativa e invidiabilmente pacifica fino al 1500 a.C., mille-millecinquecento anni dopo la completa trasformazione dell'Europa centrale. Nondimeno, la religione della Dea e i suoi simboli sopravvissero, come una corrente sotterranea, in molte aree geografiche. In realtà molti di questi simboli sono ancora presenti come immagini della nostra arte e letteratura, motivi di grande suggestione nei nostri miti e negli archetipi dei nostri sogni.
Viviamo ancora sotto il dominio di quella aggressiva invasione maschile e abbiamo appena cominciato a scoprire la nostra lunga alienazione dall'autentica eredità europea: una cultura gilanica, non violenta, incentrata sulla terra” [
78].
Oltre all'altissimo livello di civiltà espresso nel periodo del matriarcato pacifico della Grande Dea, l'assenza di guerre, e quindi di odio fra collettività differenti, all'interno di questa società pacifica, ci viene comprovata anche dall'illustre genetista Luca Cavalli-Sforza dell'Università Californiana di Stenford: “Abbiamo detto che mesolitici e neolitici prosperavano in due ambienti diversi: agli uni serviva la foresta, agli altri terreno favorevole all'agricoltura, che si può ricavare da certi tipi di foresta abbattendone gli alberi. All'estrema periferia dell'espansione, per esempio in Spagna e Danimarca, alcuni mesolitici sopravvissero a lungo accanto ai primi neolitici, forse perché erano di costumi abbastanza avanzati da non temere il confronto. Vi furono certamente numerosi contatti fra gli uni e gli altri, ma non ci sono tracce sicure di conflitti.
Gli agricoltori vivevano di solito in villaggi e in case singole senza protezioni speciali, con palizzate tutt'al più utili per trattenervi il bestiame. Solo millenni più tardi, e soprattutto all'epoca dei metalli, compaiono chiare postazioni difensive” [
79]. Alla pacifica cultura matriarcale faceva da eco un culto matriarcale ben specifico, quello della Grande Dea. Una Grande Dea benefica che nella sua essenza positiva era esattamente l'opposto contrario della Grande Madre del politeismo androcratico pagano. Quindi, sotto il profilo storico, il rovesciamento della pacifica cultura matriarcale fu determinato dall'aggressiva invasione dei Kurgan che ribaltò la stabilità della più longeva società umana. Una società caratterizzata da un'armonica uniformità culturale, quella del pacifico matriarcato. Di conseguenza i Kurgan furono la causa del rovesciamento cruento che colpì in primo, fin nel più profondo, ogni donna e in secondo l'organizzazione sociale centrata sul pacifico matriarcato. È proprio da quel cruento traumatismo che ebbe inizio, per controreazione, e poi per stabilizzazione, la psicopatologia cibelica. Una psicopatologia che si reduplicherà per via matrilineare di madre in figlia, interessando collateralmente anche i figli di sesso maschile.
L'evidenza che si presenta è che il matriarcato pacifico reduplicava la sua filosofia pacifica, mentre il matriarcato traumatizzato dai Kurgan reduplicava la filosofia aggressiva degli stessi. Una reduplicazione che si manifesta ancora oggi in tutta la sua virulenza sia nel confronto cruento fra società che nei confronti della natura. Questa psicopatologia dell'aggressione è giunta fino a noi, per traslazione di madre in figlia, esprimendo tutto il suo potenziale terrificante. Un potenziale che interessa ogni conflittualità intrapsichica relativa ad ogni individuo. Un potenziale che si attiva fra individuo e individuo, fra classe sociale e classe sociale, fra collettività differenti, fra popoli diversi ed infine, non per ultimo, fra essere umano e natura. Questo potenziale diabolico nel senso più letterale della parola o della divisione o del contrasto aggressivo è giunto fino a noi a partire dall'invasione dei Kurgan. Ognuno di noi ne subisce, incontestabilmente, le conseguenze o in riverbero, della stessa.
È indubbio che, quanto detto, ha la sua rappresentazione simbolica nella Grande Madre, presente all'interno della cultura greco-romana nel binomio Gaia-Cibele. Alla presenza di queste due matriarche, solo per qualche millennio, si contrappone l'inimmaginabile longevità della Grande Dea primigenia. Una presenza documentata a partire dal 500.000 a.C. Grazie a questa datazione possiamo affermare che essa ha superato la barriera del tempo nella quale si sono sviluppate tre differenti specie umane.
Quella dell'
homo antecessor [
80], dell'
homo sapiens e dell'
homo sapiens-sapiens, a cui noi apparteniamo. Per ciò che riguarda il reperto archeologico che dimostra innegabilmente l'età della Grande Dea esso è costituito da una icona che ci viene descritta dalla paleoantropologa Marija Gimbutas: “Una pietra triangolare come simbolo della Dea o del suo potere rigeneratore risale forse al paleolitico inferiore. Formati naturalmente o tagliati ad hoc, i triangoli in selce, alcuni con i seni o la testa abbozzata al vertice del triangolo, si incontrano nei depositi Acheuleani/Heidelberghiani dell'Europa occidentale. Questa figura triangolare del paleolitico inferiore, in selce staccata dal nodulo, è dotata di seni e reca le tracce dei colpi inferti per modellare la testa, i seni, la vulva.
Le sporgenze naturali sono state scheggiate per formare i seni. La statuetta può reggersi su una superficie piatta. Ritenuta Heidelberghiana; datata, sulla base dell'associazione con utensili, probabilmente intorno al 500.000 a.C.” [
81].
Quindi il culto della dea Cibele fa da ponte, anche se cronologicamente di piccola entità, fra la cultualità preistorica più arcaica con quella odierna della cattolica Mater Dei. Un ponte che unisce attraverso l'uniformità di genere tre differenti icone femminili ben diverse fra di loro. Un ponte sostenuto dalle analogie con la Grande Dea paleolitica, da una parte, e con quelle relative alla nostra cultualità mariana, dall'altra. Cibele però rappresenta la parte più psicopatologica e nascosta o “rimossa” della nostra cultura. È, nel contempo, l'icona più rappresentativa della sofferenza femminile. È proprio su tale realtà e sull'indagine psicologica, operata sulla stessa, dalla postanalisi che si è definito il complesso di Cibele. Rimarcando ancora, è proprio sulla psicogenesi cibelica che viene iterata ed amplificata tutta la nostra ricerca in modo ampio e dettagliato. Una ricerca che ci permette di affermare che ogni violenza subita dalla donna ha un riflesso negativo diretto ed immediato, così esteso e profondo, in ogni società e cultura, da superare qualunque immaginazione.
La scoperta del complesso di Cibele è stata definita come rivoluzionaria nel campo della psicologia dinamica e dell'antropologia sociale. Apre un nuovo campo di ricerca e di analisi riguardando nel contempo individuo e società del mondo attuale. Costituisce un presupposto ben visibile, una volta identificato, ma che fino ad oggi è rimasto celato all'interno del rimosso più tenace di ogni individuo e collettività. Lo studio del complesso di Cibele si rivela come la ricerca più efficacie tesa a migliorare e difendere lo status femminile della donna, della sua funzione materna, e di riflesso dell'umanità intera. La postanalisi, da sempre, propone, già prima di ogni altro, la parità delle quote rosa in ogni Parlamento e in tutte le istituzioni di ogni Stato, e la perfetta equiparazione dei diritti fra donna ed uomo, tenendo, giustamente, conto delle differenze psicofisiche esistenti. La ricerca postanalitica vuol rendere, in sé e per sé, un tangibile omaggio ad ogni donna ed ad ogni madre, nel cui ventre fertile ogni essere umano viene concepito, nutrito e conformato, per poi essere partorito alla luce della vita. Un omaggio che però vuol rimettere in discussione anche il ruolo fondamentale di ogni uomo e di ogni padre, non più escluso o forcluso dall'amore della propria donna.
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77. M. Gimbutas (1921-1994): già
docente di Archeologia dell'Europa orientale-Harvard University e di Archeologia europea - università della California Los Angeles. (
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78. M. Gimbutas,
Il Linguaggio della Dea, Longanesi, Milano, 1990,
Introduzione, XX-XXI. (
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79. L. & F. Cavalli-Sforza,
Chi siamo, Mondadori, Milano, 1995, p. 221. (
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80. G. Manzi,
Argil, l'antenato d'Europa, in
“Le Scienze”, 428/Aprile 2004, p. 53.
“Si candida come rappresentante dell'umanità che diede origine alla divergenza evolutiva tra le linee del Neanderthal e di Homo sapiens”. (
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81. M. Gimbutas,
Il Linguaggio della Dea, Longanesi, Milano, 1990,
La vulva rigeneratrice: triangolo, clessidra e zampe di uccello, p. 237, vedi fig. n°369. (
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